Ma questo più che ciclismo mi sembra una sessione di acrobatic cycling!
Naturalmente “l’acrobatic cycling” è una disciplina inesistente, un’idea frutto della fantasia, che ci consente però, d’introdurre un tema molto importante: la sicurezza in discesa.
 
Da qualche settimana abbiamo assistito all’ennesima vittoria del Tour de France (3^ in carriera) di Chris Froom. Un successo costruito non solo in salita e a cronometro, come spesso accade, ma anche in discesa.
Chissà quanti di Voi avranno visto le posizioni che assumeva in discesa per essere più aerodinamico e guadagnare secondi. Non vi nascondiamo che a volte, guardando la TV, chiudevamo gli occhi per la paura.
Questa “sessione di consigli”, temendo che queste posture possano essere prese come modello assoluto, vogliamo dedicarla proprio a questo interessante aspetto.
La bici da corsa è un mezzo che, di per se e senza troppi rischi, consente di essere abbastanza aerodinamici quando si pedala. Basti pensare alla sola operazione di spostare le mani dalla parte alta del manubrio alle “basse” curve. Quando s’impugna la curva del manubrio, il torace, si abbassa con la naturale conseguenza che l’impatto con l’aria diventa minore.
Le posizione estreme che qualche ciclista assume durante le gare, costituiscono un grosso pericolo per chi pedala. Pensate alle velocità che questi prototipi consentono di raggiungere, ma soprattutto, ai rischi che si possono incontrare nella fase di “aereodinamicità estrema”.
Un sassolino di dimensioni maggiori a quelli che si possono trovare per la strada, lo scoppio di una tubolare o di una camera d’aria, l’attraversamento improvviso della sede stradale da parte di un animale. Insomma i pericoli sono talmente tanti che, se per un attimo ci si fermasse a pensarci, probabilmente, si farebbero le discese a velocità di ascese.
Ma l’aspetto più importante e che va chiarito è: “Queste posizioni, servono veramente a qualcosa o sono soltanto delle esibizioni acrobatiche?”.
Si potrebbe rispondere “La seconda che avete detto”. Nel senso che, i secondi che si riescono a guadagnare, non hanno mai consentito a un ciclista professionista di vincere un grande giro. Sicuramente essere un buon discesista (colui che affronta le discese in bici con una certa capacità, che non significa necessariamente posizioni pericolosissime) nella storia delle grandi corse a tappe ha aiutato a vincere, ma non è stata la componente primaria.
Certo pensare al Paolo Savoldelli delle edizioni del Giro d’Italia 2002 e 2005 fa sicuramente venire voglia di provare, ma non in strada, semmai a casa, comodamente dal divano... Vedrete che sarà molto più facile e meno rischioso!
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